Non conoscete il Nepente di Oliena neppure per fama? Ahi lasso! Gabriele D’annunzio 
Lasciando la fonte di Su
Gologone, proseguendo per Nuoro, s’incontra il paesino d’
Oliena. Incastonato ai piedi del Supramonte, questo gioiello dal cuore antico, conserva molti tratti del vecchio centro storico fatto di case con piccole corti, scale esterne per muoversi sui diversi piani dell’abitato e imbiancate a calce. La manifestazione
Cortes Apertas, che si svolge ogni anno a metà settembre, è stata creata per riscoprire questi singolari motivi architettonici oltre che per svelare la vita e le attività che si svolgevano dentro. Si riscopre così ogni anno la magia del pane fatto in casa, del laborioso ricamo a mano, della vinificazione e così via. Non si può dire di aver gustato la cucina tradizionale sarda senza averla accompagnata con un buon
cannonau, ed è solo in questo angolo di
Sardegna che si trova la sua varietà più robusta e profumata: il
Nepente. La produzione locale è molto vasta ma tutta di ottima qualità, sia questa della cantina sociale, di cantine private o di qualche produttore singolo. Durante il giorno di pasqua si svolge la processione de
S’Incontru, durante la quale la statua della Madonna incontra quella del Cristo risorto. Di tutte le processioni simili in Sardegna questa è la più caratteristica, le due statue vengono fatte
incontrare in piazza Santa Maria, a metà strada di un tappeto di erbe profumate, realizzato per l’occasione, che ai lati è delimitato da giovani in costume. Nelle ultime fasi dell’avvicinamento tra il Cristo e la Madonna il silenzio è Solenne, viene tolto il velo a lutto alla madre addolorata che infine riabbraccia il figlio risorto. Viene impartita la benedizione con l’incenso ed è a quel punto che esplode la gioia dei fedeli:
fucili e
pistole vengono scaricati in aria, s’intuisce che qualche campana sta suonando ma la vera melodia è scandita dagli spari. Madre e Figlio abbandonano la piazza sotto una pioggia di bossoli che piovono da ogni dove, accompagnando il rinnovato miracolo della resurrezione.
GIOVANNI CORBEDDU SALIS, IL RE DELLA MACCHIA
Non si può parlare d’
Oliena e non nominare il
bandito Corbeddu,
il bandito buono. Eppure sulla sua testa pendevano imputazioni per omicidi, estorsioni, rapine; quale motivo poteva spingere ad avere tanto rispetto per un uomo simile? Le vicissitudini della sua vita si sono tramandate come una leggenda nel secolo scorso, a volte sconfinando nel fantastico, facendo confondere realtà e mito di un semplice figlio di quegli anni difficili. Giovanni Salis, vide i suoi natali nel
1844 ad Oliena, la sua famiglia versava in condizioni economiche modeste e lui condusse un’esistenza ordinaria fino alletà di
34 anni. Fu accusato di furto di buoi e condannato per tale reato; a quel punto iniziò la sua
latitanza: non aveva alcuna intenzione di finire in prigione per un crimine che, a suo dire, non aveva commesso. Iniziarono i lunghi anni della latitanza, in cui il bandito sembrava sgusciare indenne da qualsiasi
trappola i carabinieri gli tendessero. Dopo anni di onorata carriera, Corbeddu si
ritirò dalla sua attività di fuorilegge; nacque un patriarcato, un principato di fuorilegge in cui lui era sovrano, le stesse autorità ne erano informate e tolleravano. Non bisogna immaginare una fortezza o un trono di preziosi, i bastioni del regno erano costituiti dalla sua autorità, le mura della sua reggia erano le pareti di qualche grotta nel cuore del
Supramonte. I
riguardi che riceveva erano in tutto e per tutto quelli di un
re, i banditi più vecchi si rivolgevano a lui per ottenere consigli, i novizi speravano di ottenere da lui l’
investitura di banditi, quasi dovessero entrare a far parte di un ordine. Il suo regno era tra i monti ma a volte, durante le feste, abbandonava la sua grotta e scendeva nel suo paese, si univa ai canti e alle danze, riassaporando un pò di quella
mondanità da cui era stato esiliato. Tra i vari ministeri di
Corbeddu, vi era quello di fornire un lasciapassare a quei signorotti che, giunti da ogni parte d’
Italia, volevano cacciare su quei monti famosi per l’abbondanza di selvaggina e allo stesso tempo non diventare prede. Il contrario accadde per
due francesi commercianti di sughero che trattavano per degli acquisti dalle parti di
Fonni. Furono avvertiti dei pericoli che si correvano a muoversi in quelle campagne, fu consigliato loro di prendere una scorta; come risposta i due sbeffeggiarono i temerari banditi,
erano abituati a ben altri pericoli dissero. [caption id="attachment_3230" align="alignleft" width="266" caption="Tra i panorami più belli del supramonte"]

[/caption] Forse per lo sbeffeggio o forse solo per mestiere, i banditi sequestrarono i due appena fuori dal paese, senza lasciargli il tempo di godere della loro audacia. La
stampa francese sollevò un polverone e lo stato italiano non sapeva come scongiurare l’incidente diplomatico. Fu il viceprefetto di Nuoro a trovare la soluzione: Perché non chiediamo a Corbeddu? Il bandito buono, pur non avendo niente a che fare con il sequestro, mediò coi banditi,
riconsegnando egli stesso i due stranieri alle autorità. Quando le alte cariche, fecero per dargli la ricompensa che lo stato aveva promesso, la leggenda narra che lui rifiutò, liquidando tutti con: Corbeddu non ha bisogno di denaro, questi due non hanno fatto del male a nessuno e noi ve li rendiamo. Probabilmente tanto valore avrebbe dovuto fare di lui un eroe, o perlomeno riconoscere il suo animo fondamentalmente bonario. Ma in un Italia ancora in fasce, il governo centrale non concepì, probabilmente, di dover chiedere aiuto ad un bandito per risolvere i suoi problemi, l’ordine andava ristabilito. Uno schieramento mai visto si mosse alla volta del rifugio di Giovanni Corbeddu, quando lo raggiunsero si stava allontanando dal suo vecchio nascondiglio a causa di un brutto presagio. Lui e i suoi uomini furono accerchiati e gli fu concessa la promessa di un
processo equo, in cambio della
resa. Allora parlò ai suoi uomini e li convinse ad arrendersi, a provare ad aver fiducia in quella giustizia che lui non riconosceva. Mentre i suoi uomini con le mani in alto si consegnavano ai carabinieri, Corbeddu tentò ancora una volta di
rifugiarsi nella sua amata montagna, saltò come un muflone di roccia in roccia fino a che il tiratore scelto
Aventino Moretti, non
pose fine a quella leggenda. Nelle sue tasche furono trovati molti biglietti con
dichiarazioni d’amore. Li aveva avuti, sicuramente durante qualche festa a cui aveva preso parte, da quelle ragazze con cui scambiava qualche battuta e che subivano inevitabilmente il
fascino di quell’ardimentosa personalità. Le vicende relative alla grande campagna contro il banditismo attuata agli inizi del novecento e scorci della società di allora, sono riportati nel libro
Caccia Grossa di Giulio Bechi, Tenente dell’arma che partecipò a quella campagna. Nonostante il libro per certi aspetti si possa definire un pò crudo e lapidario nei confronti della società sarda, gli si deve riconoscere l’autenticità delle descrizioni di personaggi e luoghi, oltre al tentativo di aver abbozzato, per la prima volta, una serie di soluzioni sociali al problema della delinquenza in Sardegna.